Nelle rime del vento: quando la poesia diventa musica e il ricordo torna a vivere

Da una poesia dedicata al padre Francesco a una canzone nata dall'incontro tra emozione, memoria e intelligenza artificiale.

Ci sono parole che vengono scritte una volta sola, ma continuano a vivere.

Restano sulla carta, nei ricordi di chi le legge e, soprattutto, dentro chi le ha scritte.

È quello che è accaduto con “Nelle rime del vento”
, la poesia che Pasquale Fabozzi ha dedicato al padre Francesco, scomparso il 10 dicembre 2023.

La poesia è stata pubblicata il 4 settembre 2025 da Tota Pulchra, dove ha incontrato l’apprezzamento di amici, conoscenti e familiari e la sensibilità di Monsignor Jean-Marie Gervais.

Ma quella storia non era ancora finita.

Perché alcune poesie, quando nascono da un sentimento autentico, sembrano chiedere di continuare il proprio viaggio.

E così, dopo essere diventate parole, le Rime del vento hanno trovato una musica.

La canzone che era già nella mente

Quando Pasquale scrisse la poesia, dentro di sé aveva già qualcosa che assomigliava a una canzone.

Una melodia non ancora definita, un ritmo, un’atmosfera.

«Mentre scrivevo quei versi – racconta – avevo già nella mia testa una canzone. Non sapevo ancora esattamente come sarebbe stata, ma sentivo che quelle parole avevano bisogno di musica».

È nata così l’idea di trasformare la poesia in un brano musicale.

E qui entra in scena l’intelligenza artificiale.

Non come sostituto del poeta, ma come strumento creativo attraverso il quale provare a dare voce e forma a qualcosa che esisteva già nell’immaginazione dell’autore.

Il risultato è Nelle rime del vento, una canzone che porta dentro di sé la stessa emozione della poesia originale.

Ascolta “Nelle rime del vento” su Suno

Quando ascoltare significa ricordare

Che cosa succede quando Pasquale ascolta la sua poesia trasformata in musica?

«Mi emoziono ogni volta. Perché quando ascolto la canzone non sento soltanto una musica. Riascolto le mie parole e attraverso quelle parole ritrovo mio padre».

È forse questo il particolare più importante di tutta la storia.

La canzone non nasce per cancellare il dolore.

Nasce per dare al dolore una forma diversa.

Una forma che si può ascoltare.

Una forma che può essere condivisa.

Una forma capace di raggiungere anche chi non conosce Pasquale e non ha mai conosciuto suo padre.

Perché chi ha perso il proprio papà sa bene che l’assenza non è sempre silenzio.

A volte l’assenza parla.

Parla attraverso un ricordo improvviso.

Attraverso una fotografia.

Attraverso una frase.

Attraverso una canzone.

«Papà, lo dico al presente e non al passato»

C'è un passaggio della poesia che forse più di ogni altro spiega il senso dell’intera opera:

«Ti voglio bene papà,
lo dico al presente e non al passato».

Non è soltanto una frase.

È una scelta.

Pasquale sceglie di parlare al padre al presente perché il rapporto con lui, pur essendo cambiato, non è terminato.

Il tempo ha portato via la presenza fisica.

Non ha portato via l’amore.

E infatti la poesia continua:

«Tu sei qui con me nel presente e nel passato,
nel futuro papà, sei già rinato».

Sono parole che raccontano una concezione della memoria non come luogo nel quale rifugiarsi, ma come presenza capace di accompagnare il futuro.

Il vento che non si vede

Perché proprio il vento?

La risposta è racchiusa nei versi:

«Papà ti sento nell’aria,
ti respiro nel vento».

Il vento non si vede.

Ma si sente.

Esattamente come alcuni affetti.

È una metafora semplice e potente: una persona può non essere più davanti ai nostri occhi e, allo stesso tempo, continuare a essere percepita dentro di noi.

Il vento diventa così il simbolo di una presenza invisibile.

Una presenza che non si può afferrare, ma che continua a sfiorare la vita.

E forse è proprio per questo che il titolo Nelle rime del vento appare ancora più significativo oggi che quei versi sono diventati musica.

La poesia era già una voce.

Ora quella voce ha trovato anche una melodia.

L'economia più importante non è sempre quella dei numeri

È qui che poesia ed economia, due mondi apparentemente lontani, possono incontrarsi.

L’economia misura risorse, scambi, valori.

La poesia misura ciò che spesso non può essere misurato.

Un ricordo.

Un’emozione.

Un abbraccio.

La nostalgia.

L’amore.

E forse esiste anche un’altra forma di economia: l’economia del cuore, nella quale ciò che viene donato non si impoverisce, ma si moltiplica.

Un padre può lasciare un’eredità fatta di insegnamenti, gesti, valori e ricordi.

Un figlio può trasformare quella memoria in parole.

Le parole possono diventare poesia.

La poesia può diventare musica.

E la musica può arrivare a qualcun altro.

È una catena nella quale nessuno perde qualcosa.

Al contrario, ogni passaggio aggiunge valore.

Dalla sofferenza alla condivisione

«Spero che chi ascolterà questa canzone possa emozionarsi come mi emoziono io», dice Pasquale.

E forse il desiderio più profondo è proprio questo: che una vicenda personale possa diventare un sentimento condiviso.

Chi ha perso un padre potrà ascoltare il brano e pensare al proprio.

Potrà ricordare una voce.

Una telefonata.

Una passeggiata.

Una discussione.

Un consiglio.

Persino quelle piccole cose quotidiane che, quando una persona c’è, sembrano scontate e che soltanto dopo acquistano un valore immenso.

La musica, allora, diventa un ponte.

Tra passato e presente.

Tra assenza e presenza.

Tra un figlio e suo padre.

E anche tra una persona e un’altra.

Un grazie a Monsignor Jean-Marie Gervais

Nel percorso di Nelle rime del vento c’è anche un sentimento di gratitudine.

Pasquale desidera infatti ringraziare Monsignor Jean-Marie Gervais, per lo spazio che negli anni ha riservato alla sua scrittura e alla sua sensibilità artistica.

«Ringrazio Monsignore per la capacità di dare spazio all’arte e alle emozioni. Lo ringrazio per essere così avanti nell’interpretare la poesia che c’è nella vita e per la fiducia che mi ha accordato negli anni».

Un ringraziamento che va oltre la semplice possibilità di pubblicare una poesia.

È il riconoscimento verso chi comprende che l’arte può nascere ovunque: da una gioia, da un incontro, da una riflessione, ma anche da una perdita.

E che proprio nei momenti più difficili l’essere umano può trovare dentro di sé qualcosa da trasformare in bellezza.

E adesso ascoltiamo

Nelle rime del vento è nata da una perdita.

Ma non è una canzone sulla fine.

È una canzone sulla continuità dell’amore.

È la storia di un figlio che non vuole consegnare suo padre soltanto al passato.

E allora lo cerca nell’aria.

Nel vento.

Nei ricordi.

Nelle parole.

Nella musica.

Forse chi ascolterà il brano non penserà necessariamente a Pasquale e a Francesco.

Forse penserà a qualcun altro.

Ed è proprio lì che la poesia avrà raggiunto il suo obiettivo più bello.

Quando un sentimento personale riesce a diventare universale, non appartiene più soltanto a chi lo ha scritto.

Appartiene a tutti coloro che vi si riconoscono.

Per questo, prima di ascoltare Nelle rime del vento, forse vale la pena fermarsi per un istante.

Respirare.

Pensare a una persona che non c’è più.

E poi lasciarsi accompagnare dalla musica.

Perché il vento non si vede.

Ma quando arriva, lo sentiamo.

E forse anche l’amore è così: non sempre possiamo vederlo, ma possiamo continuare a sentirlo.

Nelle parole.

Nei ricordi.

Nella musica.

Nelle rime del vento.


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